Nata a Bologna nel 1977 da un’intuizione sui ritagli di pelle, Vivolo realizza gli accessori che danno identità ai capi delle più importanti maison, trasformando il dettaglio in un segno distintivo
di Samuele Briatore
Vivolo, oltre l’etichetta o la toppa: è l’indizio che portiamo addosso
C’è un momento, nel 1977, in cui un ritaglio di pelle – uno scarto, quasi un rifiuto – smette di essere spazzatura e diventa una toppa da gomito. Nessuno, in quel laboratorio bolognese, avrebbe scommesso che da lì sarebbe nato un linguaggio. Eppure è proprio così che funzionano i segni che ci definiscono: nascono ai margini, tra gli avanzi, e finiscono per dire più di mille parole. Come testimoniamo la nostra presenza nel mondo? Con un nome cucito, un’etichetta intravista sul retro di un jeans, un logo che riconosciamo prima ancora di leggerlo. Il semiologo Charles Sanders Peirce lo chiamava indice: il segno che non descrive, ma testimonia – l’impronta che prova che qualcuno, o qualcosa, è passato di lì. Vivolo, da quasi cinquant’anni, lavora esattamente su questo crinale: non vende accessori, vende indizi.

Gli scarti che diventano firma
Bologna, 1977. Luciano e Marianna Vivolo osservano i ritagli di pelle destinati allo scarto dei
produttori locali di scarpe e borse e vi intravedono qualcosa che nessun altro aveva visto: delle toppe da gomito. È un’intuizione semplice, quasi domestica e necessaria, che parte dalle mercerie della città e in pochi anni conquista l’intero territorio nazionale, fino ad affacciarsi sul mercato all’ingrosso. La prima lezione di Vivolo è che il valore non sta nella materia prima, ma nello sguardo che la trasforma.
Il colpo di un quotidiano
Il 1980 è l’anno della svolta, quella che oggi si chiamerebbe un colpo di marketing ma che allora era soprattutto audacia. Vivolo decide di inviare le proprie toppe al Corriere della Sera. Passa una settimana. Poi arriva la richiesta che cambia tutto: due milioni di pezzi, destinati a diventare il gadget dell’anno. Da un ritaglio di pelle a un fenomeno di costume nazionale: bastano tre anni.
Una squadra che cresce, un mondo che si allarga
Il nuovo millennio porta in azienda i figli dei fondatori: un ricambio generazionale che non stravolge l’identità dell’impresa, ma ne accelera il respiro internazionale. « Con l’ingresso della seconda generazione, Vivolo avvia una nuova fase del proprio percorso » – racconta Luciano Vivolo – « nuove competenze, una forte spinta verso i mercati internazionali e una costante attenzione alla ricerca e allo sviluppo guidano la crescita dell’azienda ». I numeri, oggi, parlano da soli: oltre 40 Paesi, un numero crescente di maison del fashion system, oltre 15 milioni di accessori realizzati ogni anno, lavorati uno a uno, mai in serie anonima. È lei stessa a chiarire cosa chieda davvero il mondo del lusso a chi lavora nell’ombra dei grandi marchi: « qualità, rapidità, flessibilità e una cura impeccabile in ogni singola esecuzione» – spiega Vivolo – « noi lavoriamo un accessorio alla volta, anche per le produzioni su larga scala ». Un paradosso solo apparente: la scala industriale che non rinuncia al gesto artigianale.
Mille modi per dire chi sei
Il vocabolario di Vivolo è quello delle etichette retro per il denim, la sua produzione più iconica, ma si allarga ad alamari, patch, etichette tessute, pullers, charms. E se il prodotto è la parola, la tecnica è la grammatica. Pittura a mano. Stampa a caldo incisa e a rilievo. Stampa 3D. Incisioni laser. Punto spugna, agugliatura. Applicazioni transfer, borchie, strass. Loghi e lettering in metallo. Micro-iniezione, sovra-iniezione. Tinte in crosta. Stampa a foil.
Mille tecniche per una sola domanda: come si dice, in un centimetro quadrato di pelle, chi siamo?
Nata dalla lavorazione della pelle, cresciuta a colpi di ricerca e sviluppo, Vivolo ha trasformato un’intuizione in una realtà internazionale che continua a evolversi generazione dopo generazione, portando il Made in Italy nel mondo un accessorio alla volta. L’anno prossimo compirà cinquant’anni: un traguardo che unisce tradizione e futuro, proprio come ha sempre fatto, da quando uno scarto di pelle imparò a dire qualcosa.
Perché alla fine non serve un discorso per farsi riconoscere. Basta un’etichetta.
Credits: Vogue Italia