Nuovo progetto nell’hospitality, un libro biografico in uscita, numeri in tenuta nonostante un mercato con tutte le difficoltà legate al contesto geopolitico attuale e ulteriore ampliamento della sede di San Lazzaro di Savena, vicino Bologna, per incrementare la produzione legata all’universo delle calzature. Sono queste le corpose novità della società di etichette e accessori in pelle per moda e lusso Vivolo, di cui FashionNetwork ha intervistato il fondatore.

Nel comune di Sasso Marconi, in località Pieve del Pino, Luciano Vivolo possiede una tenuta dotata di 10 ettari di vigneto, 2.000 ulivi e 1.000 noccioli d’Alba, in una sponda collinare acquistata da un parente della famiglia Antinori. Dopo 5 anni il vigneto ha portato alla produzione di vini già presenti nelle carte di ristoranti stellati del territorio.

“Il nostro enologo e l’agronomo, entrambi toscani, non si aspettavano che il terreno di Sasso Marconi, molto sabbioso e pieno di calanchi, fosse così valido”, si rallegra Luciano Vivolo. “Perché nell’era Paleolitica lì era tutto mare, per cui scavi a venti centimetri e trovi le conchiglie. Il terreno è eccezionale e ha una buona esposizione al sole. Vi abbiamo piantato vigneti internazionali, che danno al vino un’identità forte, totalmente diversa dai classici prodotti che trovi sul territorio emiliano-romagnolo. Stiamo parlando, tra gli altri, di un Cabernet Franc in purezza al cento per cento, di uno spumante e di uno Chardonnay. Mio figlio primogenito Salvatore, quando era ragazzino, piantò delle viti. Allora mi è rimasto il pallino di fare un vigneto”.

Partito nel 2018, il progetto ha dato i primi frutti nel 2023. “A pieno regime produrremo un massimo di 30.000 bottiglie, tutte con la particolarità dell’etichetta in pelle. Per gestirle, edificheremo nella tenuta un’ampia cantina, progettata dallo studio Iascone, lo stesso che ha disegnato e progettato la sede aziendale di Vivolo, mentre a Bologna, in Via Larga, in una struttura di nostra proprietà, c’è una cantina provvisoria”, ricorda Matteo Vivolo, direttore commerciale estero dell’impresa bolognese.

Gli altri 3 figli del founder sono Luciana, che è la direttrice commerciale Italia, Eloise, che gestisce la parte amministrativa, finanziaria e i servizi generali dell’azienda, e Salvatore, che si occupa di gestire l’outlet store Fashion Street di 1.000 mq. a San Lazzaro, la cui offerta propone capi firmati di prestigiosi brand, dati in concessione a Luciano Vivolo. Uno store affiancato da un temporary shop stagionale, anch’esso in Via Larga a Bologna.

“Per il territorio di Sasso Marconi stiamo prevedendo una cantina con hotel dotato di 12 suite, poi apriremo un ristorante legato all’agriturismo, in cui somministrare prodotti locali”, continua, orgoglioso, Luciano Vivolo, la cui azienda è sempre attestata sui 20 milioni di euro di fatturato, derivanti soprattutto dalla produzione di oltre 14 milioni di etichette all’anno e di patch d’alto profilo, con 200 proposte nuove realizzate ogni anno e una creatività interna che è il vero valore aggiunto della società.

“Quando presentiamo le collezioni ai brand, si avvalgono già di una nostra ricerca importantissima – a livello stilistico e di materiali”, sostiene Luciano Vivolo. “Perciò assorbono molto di quanto noi proponiamo. Sono elementi già pronti, in cui spesso ai marchi basta solamente cambiare il nome Vivolo con il loro e andare in produzione”, spiega il fondatore, che segnala come le aziende internazionali oggi siano più prudenti, a causa degli squilibri economici e geopolitici globali, per cui “il nostro lavoro si è fatto frazionato, spezzettato”, puntualizza. “Ordinano 500 pezzi oggi, domani 1.000, non più 10.000. Ma siamo stati capaci di adeguarci”.

Da un paio d’anni è stato creato anche il Premio Luciano Vivolo. Il bando nazionale ha coinvolto tutti gli studenti dell’ultimo anno dei corsi triennali e biennali di Fashion Design delle Accademie di Belle Arti italiane. Oltre ai premi in denaro, alcuni partecipanti accedono a un percorso di stage nel reparto creativo aziendale. La premiazione dei progetti vincitori si è svolta il 23 gennaio presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, alla presenza dello stesso Luciano Vivolo e della Prof.ssa Rossella Piergallini, docente e coordinatrice del corso di Fashion Design. Il 1° posto è andato a Gennaro Esposito (Accademia di Belle Arti di Napoli); il 2° posto a Madalina Albu (Accademia di Belle Arti di Bologna); il 3° posto a Yafei Lin (Accademia di Belle Arti di Bologna).

Guardando alla circolarità, da anni un punto fermo della visione di Vivolo, come dimostrano fra l’altro le certificazioni internazionali ISO 14001, GRS, FSC e Oeko-Tex Leather Standard, l’impresa bolognese ha cominciato a recuperare i suoi sfridi e ritagli, ridotti in polvere da un macchinario specializzato e poi portati ad una società di Monza, che li ricompone per realizzare delle sedute, dei tavolini, dei puff e altri oggetti d’arredo.

In uscita c’è anche un libro sulla storia di Luciano e dell’azienda Vivolo. “Esce edito da Rizzoli, perché ho voluto ricordare la connessione degli inizi del mio percorso con Angelo Rizzoli, che mi portò a far crescere il business in maniera fondamentale”, ricorda Luciano Vivolo, “Mi convocò in Via Solferino a Milano lui in persona, dopo che avevo spedito alla redazione del Corriere della Sera alcune delle toppe con cui iniziai la carriera. Gli spiegai che potevano essere gadget per i suoi mensili. Credette in me e fece un ordine di 2 milioni di paia, da inserire nel settimanale Amica. Siamo nel 1979/80. E per farmi conoscere feci mettere un trafiletto sul Corriere che indicava come fosse la Luciano Vivolo a produrre quelle toppe. Oggi qualcuno ce le chiede ancora…”, sorride.

In seguito Vivolo sfruttò il revival della moda country che, nei primi anni ’80, durò un lustro, terminato il quale l’imprenditore, originario di Bagnoli Irpino, nell’Avellinese, ebbe l’intuizione della retroetichetta per personalizzare il capo.

L’80% della produzione odierna di Luciano Vivolo è per le aziende del lusso. “I mercati di Italia e Francia rappresentano indiscutibilmente l’eccellenza di questo settore, perciò sono i nostri due primi sbocchi, nonostante siamo nati nella filiera del denim. Collaboriamo anche con gruppi di moda più mainstream”, aggiunge Luciana Vivolo. Italia e Francia sono affiancate dagli USA nel turnover di Vivolo, e sono seguite dalla Germania, con una forte crescita degli altri mercati del Nord Europa; poi vengono Giappone e Corea del Sud.

“Adesso ciò che fa la differenza è l’accessorio, in particolare il patch che noi produciamo. Anche grandi gruppi del mondo fashion vi stanno ponendo maggiore attenzione”, precisa Eloise Vivolo. “Un dettaglio ben fatto, come l’etichetta by Vivolo, fa aumentare nettamente il valore percepito dell’intero capo”.
 
L’anno scorso Vivolo ha investito un milione di euro per aggiungere allo stabilimento un’area di 1.000 metri quadri, incrementando così la sua produzione nei segmenti calzature e pelletteria. “Sarà pronta tra due mesi”, precisa Matteo Vivolo. “Oggi nel nostro giro d’affari prevalgono i prodotti per l’abbigliamento, seguono gli articoli per la pelletteria e infine per la calzatura”.

Il numero di dipendenti si avvicina agli 80, cui s’aggiunge l’indotto. “Tanti colleghi mi chiedono il segreto della crescita della Vivolo nonostante i numerosi periodi difficili e i molti competitor che chiudono. Io rispondo che un segreto non c’è, probabilmente è la mia capacità di adattamento ai cambiamenti delle esigenze dei clienti e dei mercati”, conclude Luciano Vivolo.

Credits: Fashion Network Italia